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                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno I  Numero 08

Novembre 2016


A novembre Jackie Chan riceverà l’Oscar alla carriera. Lorenzo De Luca ce lo racconta in esclusiva!
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I malevoli dicono sia una manovra politica per ripulire la figura di Jackie Chan dal recente scandalo dei “Panama Papers”, che dietro ci siano poteri forti come il governo di Pechino, le lobbies cino-americane e le transazioni commerciali con gli States e bla-bla-bla. I suoi fans (e fra’ questi il grande Lorenzo De luca) pensano che in ogni caso l’Oscar alla carriera sia più che meritato, anche se precoce: Jackie ha ancora molto da dare al cinema, anche se Hollywood lo ha banalizzato come artista, trasformando però il suo conto in banca da stratosferico a stellare. Spero che il premio non gli porti sfiga. Io che ho avuto il privilegio di conoscerlo di persona quando Jackie Chan in Italia era ancora “Jackie Chi?“, sono felicissimo per lui. Nel 1995, ad attenderlo all’aeroporto c’ero io soltanto e l’ufficio-stampa per il lancio di TERREMOTO DEL BRONX in Italia. Ero in contatto con Jackie da qualche anno, così il suo manager Willie mi aveva preavvertito della tappa romana. All’epoca il nostro era poco noto al di fuori del sud-est asiatico. Aveva schiere di ammiratori ovunque, ma sempre di nicchia. Da ragazzino avevo visto solo due dei cinque film che erano riusciti ad arrivare qui senza successo: JACKY CHAN LA MANO CHE UCCIDE (Fearless Hyena, 1979, uscito nel 1982; per me una rivelazione, ma non per il pubblico) e THE PROTECTOR (1986). Mi ero perso CHI TOCCA IL GIALLO MUORE (The Big Brawl, 1980), rimasto in giro così poco che non feci a tempo. Grosso modo dalla fine degli anni ’80, quando ero riuscito a contattarlo tramite l’Hong Kong Film Festival, Jackie mi aveva inviato pressbook, foto autografate ed altro materiale, ed io a mia volta gli avevo spedito una copia del mio quarto libro (BRUCE LEE-IL RITORNO DEL DRAGO, Ed. Mediterranee) in cui un intero capitolo era tutto su di lui! Capiva l’italiano tanto quanto io capivo il cantonese, cioè zero, ma gli occhi li aveva buoni e le foto del libro spiegavano tutto. Quando, anni dopo, ci parlammo finalmente “de visu”, mi chiese: “Ma che fine ha fatto Bud Spencer?“; rimasi contento e sorpreso: contento perché era proprio per Bud che lavoravo più spesso, e sorpreso perché ignoravo che Jackie fosse suo ammiratore. Pensai che un film in coppia con loro due sarebbe stato un colpaccio. Purtroppo, come spesso accade nel cinema, intervengono sempre variabili di ogni tipo: passò un lungo lasso di tempo prima che io decidessi assieme a Giuseppe Pedersoli, alias il figlio di Carlo Pedersoli/Bud, quale tipo di storia escogitare, tenendo ben presente la differenza anagrafica fra i due personaggi; altro ne trascorse fra la scrittura vera e propria, l’adattamento in inglese, la spedizione ed infine la lentissima risposta da parte della Golden Harvest, la casa che gestiva Jackie. Frattanto era accaduto l’inaspettato: RUSH HOUR, 1998, quinto tentativo americano di Jackie, aveva fatto il botto trasformandolo finalmente in una megastar di Hollywood! Ormai era economicamente irraggiungibile. Pazienza! Avrei seguitato a parlare di lui in altri due libri sul Kung-Fu Movie. Nel 2007 tornai alla carica con L’IMPERO DEI DRAGHI, una sceneggiatura sugli Antichi Romani in Cina, che il mio amico Valerio M. Manfredi aveva utilizzato come ispirazione per il suo best-seller omonimo. Andai ad Hong Kong per girare un documentario e, già che ero lì, andai da Jackie. Il buon Willie Chan mi fece accomodare immediatamente, nonostante i molti anni trascorsi non mi aveva dimenticato. Quando, anni dopo, ci parlammo finalmente “de visu”, mi chiese: “Ma che fine ha fatto Bud Spencer?“; rimasi contento e sorpreso: contento perché era proprio per Bud che lavoravo più spesso, e sorpreso perché ignoravo che Jackie fosse suo ammiratore. Pensai che un film in coppia con loro due sarebbe stato un colpaccio. Purtroppo, come spesso accade nel cinema, intervengono sempre variabili di ogni tipo: passò un lungo lasso di tempo prima che io decidessi assieme a Giuseppe Pedersoli, alias il figlio di Carlo Pedersoli/Bud, quale tipo di storia escogitare, tenendo ben presente la differenza anagrafica fra i due personaggi; altro ne trascorse fra la scrittura vera e propria, l’adattamento in inglese, la spedizione ed infine la lentissima risposta da parte della Golden Harvest, la casa che gestiva Jackie. Frattanto era accaduto l’inaspettato: RUSH HOUR, 1998, quinto tentativo americano di Jackie, aveva fatto il botto trasformandolo finalmente in una megastar di Hollywood! Ormai era economicamente irraggiungibile. Pazienza! Avrei seguitato a parlare di lui in altri due libri sul Kung-Fu Movie. Nel 2007 tornai alla carica con L’IMPERO DEI DRAGHI, una sceneggiatura sugli Antichi Romani in Cina, che il mio amico Valerio M. Manfredi aveva utilizzato come ispirazione per il suo best-seller omonimo. Andai ad Hong Kong per girare un documentario e, già che ero lì, andai da Jackie. Il buon Willie Chan mi fece accomodare immediatamente, nonostante i molti anni trascorsi non mi aveva dimenticato. Mi disse che Jackie era a Parigi per RUSH HOUR III e gli diedi una copia del libro in inglese, suggerendo una partnership produttiva con Aurelio De Laurentiis. Willie sorrise cordialmente ma si capiva che ormai per proporre qualcosa a Jackie bisognava fare la trafila degli agenti e degli avvocati. Non se ne fece nulla. Amen! Poco tempo fa è uscito DRAGON BLADE, con Adrian Brody, John Cusack e… Jackie Chan! Antichi Romani in Cina. Una coincidenza? Le grandi idee sono nell’aria, vince chi ha il budget per realizzarle. Ma una vittoria di Pirro, in questo caso: LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI – DRAGON BLADE è andato male. Jackie è oggi un nome noto al pubblico italiano: merito della TV, dell’Homevideo e di Internet. Incidentalmente, la notizia dell’Oscar alla carriera è stata resa pubblica poche ore prima che io facessi l’ennesima conferenza su Bruce Lee, e non ho potuto non ripensare al filo rosso che li lega. Agli inizi della sua carriera, Chan Kong Sang (cioè “Nato a Hong Kong”) si faceva chiamare Cheng Long, uno pseudonimo, o Cheng Yuanlong, un altro pseudonimo che incorporava il nome del suo maestro Yu Jim Yuan, e lavorò come stuntman in DALLA CINA CON FURORE (Fist of Fury, 1972) e I 3 DELL’OPERAZIONE DRAGO (Enter the Dragon, 1973). Nel primo potrete riconoscerlo fra gli allievi della palestra cinese, e nel finale è lui che controfigura il Cattivo quando Chen/Lee lo scaraventa con un calcio volante per sei-sette metri. Lee fu così ammirato da quello scavezzacollo, che lo volle anche in I 3 DELL’OPERAZIONE DRAGO: in una scena Bruce lo uccideva spezzandogli il collo, poi Jackie tornava inquadrato di spalle assieme ad altri stuntmen e si beccava una bastonata in faccia…purtroppo vera! Un dolore lancinante assalì Jackie ma, essendo un professionista, rimase sdraiato a fare “il morto”, anche perché altrimenti gli sarebbe toccato ripetere la scena… rischiando un’altra botta. Bruce si scusò dispiaciuto perché adorava gli stuntmen e loro adoravano lui: era l’unico a trattarli da esseri umani quando solitamente registi e produttori ed attori li consideravano carne da macello.
“I miei colleghi stuntmen gli stavano continuamente intorno, prestandogli mille attenzioni che Lee certamente non esigeva. Io invece lo ammiravo troppo e non volevo essere scambiato per un ruffiano. (…) Molti mi chiedono se avrei potuto batterlo: penso proprio di no, perché lui era un maestro, ma di sicuro non sarei stato così sciocco da sfidarlo” dirà Jackie molti anni dopo.


Ma come fa uno stuntman ad arrivare all’Oscar alla carriera?
Jackie, classe 1954, è cresciuto in una delle scuole dell’Opera Cinese dove c’era un addestramento così duro che ai genitori dei bimbi veniva fatta firmare una liberatoria da ogni responsabilità del maestro nel caso che l’allievo morisse incidentalmente. Esordì ancora bambino in una commedia, BIG AND LITTLE WONG TIANBA, nel 1962. Nel 1973, quando la richiesta di film di Kung-Fu era all’apice, ebbe la chance di protagonista nel mediocre LA MANO INSANGUINATA (Master with craked fingers, mai uscito in Italia, dove arriverà solo in TV negli anni ’80). Poi la crisi del filone, lasciò disoccupati sia lui che tanti suoi colleghi. Jackie mollò il cinema ed emigrò in Australia, dove suo padre lavorava come cuoco. In effetti l’unica ragione per la quale i genitori lo avevano iscritto a quella scuola dell’Opera, stava nella loro indigenza, perciò lo avevano mollato a Hong Kong ed erano emigrati a Canberra. Il papà gli trovò un lavoro come pittore edile in un cantiere. Jackie si faceva chiamare “Paul Chan”. Quando gli arrivò una telefonata da Willie Chan, un talent-scout e production manager che lo voleva di nuovo ad Hong Kong, “Paul” esitò: era in cantiere il sequel di FIST OF FURY, cioè DALLA CINA CON FURORE: NEW FIST OF FURY. “Sarà un grande film col regista e anche parte del cast del film di Bruce, la tua grande occasione da protagonista!” diceva Willie al telefono, convincendolo a tornare. Ma NEW FIST OF FURY, 1976, si rivelò tutto tranne che una grande occasione: Jackie, con quel naso a patata e gli occhietti piccoli, era un erede di Lee un po’ ridicolo, ma il regista e producer Lo Wei lo aveva messo sotto contratto per nove film… altri nove fiaschi! Jackie, classe 1954, è cresciuto in una delle scuole dell’Opera Cinese dove c’era un addestramento così duro che ai genitori dei bimbi veniva fatta firmare una liberatoria da ogni responsabilità del maestro nel caso che l’allievo morisse incidentalmente. Esordì ancora bambino in una commedia, BIG AND LITTLE WONG TIANBA, nel 1962. Nel 1973, quando la richiesta di film di Kung-Fu era all’apice, ebbe la chance di protagonista nel mediocre LA MANO INSANGUINATA (Master with craked fingers, mai uscito in Italia, dove arriverà solo in TV negli anni ’80). Poi la crisi del filone, lasciò disoccupati sia lui che tanti suoi colleghi. Jackie mollò il cinema ed emigrò in Australia, dove suo padre lavorava come cuoco. In effetti l’unica ragione per la quale i genitori lo avevano iscritto a quella scuola dell’Opera, stava nella loro indigenza, perciò lo avevano mollato a Hong Kong ed erano emigrati a Canberra. Il papà gli trovò un lavoro come pittore edile in un cantiere. Jackie si faceva chiamare “Paul Chan”. Quando gli arrivò una telefonata da Willie Chan, un talent-scout e production manager che lo voleva di nuovo ad Hong Kong, “Paul” esitò: era in cantiere il sequel di FIST OF FURY, cioè DALLA CINA CON FURORE: NEW FIST OF FURY. “Sarà un grande film col regista e anche parte del cast del film di Bruce, la tua grande occasione da protagonista!” diceva Willie al telefono, convincendolo a tornare. Ma NEW FIST OF FURY, 1976, si rivelò tutto tranne che una grande occasione: Jackie, con quel naso a patata e gli occhietti piccoli, era un erede di Lee un po’ ridicolo, ma il regista e producer Lo Wei lo aveva messo sotto contratto per nove film… altri nove fiaschi! Per evitargli una brutta fine (la stessa che forse aveva fatto Bruce, che nel 1972 aveva rotto ancora più violentemente con Wei), scese in campo Jimmy Wang Yu, l’attore n.1 dei film di Arti Marziali pre-Bruce Lee (quelli della mia età se lo ricordano per CON UNA MANO TI ROMPO, CON DUE PIEDI TI SPEZZO/The One-Armed Boxer, 1971). Wang Yu era diventato un “padrino” a Taiwan, poteva trattare ad armi pari con certa gente, ma la sua mediazione non funzionò, ed alla fine tutto fu risolto dalla Golden Harvest, che acquisì Jackie Chan pagando a Lo Wei un “risarcimento” sontuoso. Ora Jackie poteva tornare. Il resto è Storia. Chiudo qui la parentesi biografica. Quella artistica ve la risparmio perché oggi i film di Chan sono un patrimonio abbastanza comune. Dirò solo che non inventò lui la cosiddetta “Kung-Fu Comedy”: essa era già in embrione nel citato L’URLO DI CHEN…, ed ebbe il suo primo successo nel da noi inedito SPIRITUAL BOXER (1975) diretto dal compianto “Sergio Leone cinese” Liu Chia Liang. Chan ebbe il merito di estremizzarla come nessun altro. Come regista di se stesso, i suoi classici non si contano. Ha fatto nel cinema Kung-Fu quel che Bud Spencer e Terence Hill, ed i loro registi ovviamente, fecero nel western italiano: ha preso per le corna un filone destinato all’autoconsunzione buttandolo sul ridere, per poi staccarsene ed approdare a costosi Action che trasformavano qualunque cosa (sedie, lampadari, scale, porte, frigoriferi e chi più ne ha, più ne metta) in “armi” improprie. In più ha avuto l’intelligenza di copiare, come è tipico dei grandi: Buster Keaton, Charlie Chaplin, Harold Loyd e via via fino al nostro amatissimo Bud Spencer, ma reinventando con uno stile tutto suo (“Io devo fare il contrario di Bruce Lee: se lui affrontava venti avversari, io invece scappo dall’altra parte; se lui tirava un pugno con la faccia feroce, io tiro un pugno e mi faccio male; chiunque può battermi“).Invecchiando, ha maturato un’espressività d’attore anche drammatico. Il suo corpo è una collezione di ossa rotte e riaggiustate; ha spesso rischiato la vita e qualcuno dei suoi stuntmen, purtroppo, l’ha anche persa, realizzando scene incredibili che ad Hollywood sanno fare solo col CGI. Imprenditore, cantante di successo, stilista, talvolta è finito nella polvere per qualche caduta di tono dovuta all’alcool, ad un figlio un po’ cretino arrestato per droga, fino al recente scandalo finanziario di Panama Papers. Vive solo per il cinema (“Quando non sono sul set non so cosa fare“), e questo ci riporta a quel triste senso di vuoto che spesso circonda le superstar nella vita comune. Ultimo ma non ultimo, fu in prima linea nei sit-in dei filmmakers di Hong Kong contro l’ingerenza della Mafia Cinese, quando poteva fregarsene, visto che i suoi film costavano troppo ed erano troppo lenti nel recuperare i soldi rispetto alle produzioni mordi-e-fuggi che invece allettavano le Triadi. Il ricordo che ho di lui dopo quell’unico incontro, è ancora vivido: era esagitato, frenetico, parlava inglese peggio di come lo parlassi io (il che non era facile), ma sapeva farsi capire col linguaggio dei gesti: “..Adesso che mi avete scoperto anche qui, arriveranno pure i miei vecchi film insieme a quelli nuovi e mi vedrete più giovane, poi più vecchio, poi più giovane, poi un’altra volta vecchio. Molti non ci capiranno niente!“.
Questo “vecchio” avrà solo 63 anni quando stringerà l’Oscar fra le mani. Chissà se citerà Bruce Lee nel discorso di ringraziamento? Me lo auguro, perché il genio è tutto di Jackie, ma è grazie alla via che Lee aprì agli attori cinesi nel mondo, che il meraviglioso “Divenire Drago” è diventato un drago da Oscar.
Articolo scritto da Lorenzo De luca POSTED IN: CINEMA, FEATURED, PERSONAGGI, WORLD.