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                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno V  Numero 04

GIUGNO 2020


La vera storia delle arti marziali in America
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Il dibattito che è seguito alla sconfitta di Wei Lei, ha tirato in ballo questioni che sono estese e variegate almeno quanto le stesse arti marziali. La salute e il benessere sono le ragioni più diffuse (e sono ragioni perfettamente legittime), per cui la gente pratica arti marziali nel nostro secolo. Eppure quando si parla di combattimenti e specie di combattimenti come il suddetto, non c'è modo di evitare di chiedersi se le arti marziali siano davvero efficaci. La stessa domanda che si ponevano Bruce Lee e i suoi amici di Oakland: "funzionera’?" Come molti hanno fatto giustamente notare, la sconfitta di un maestro non implica necessariamente l'inefficacia totale di un qualsiasi sistema. Ma se la questione in gioco è la componente “efficacia” nelle arti marziali, non c'è proprio alcun modo di evaderla senza confrontarsi con i risultati ottenuti da chi le pratica sia in strada, che sul ring. Da questo punto di vista, esiste un precedente positivo da considerare. Nel 1922, il pugile inglese Carl "KO" Morris, si reco’ alle Hawaii per sfidare diversi praticanti di arti marziali sul ring. Morris aveva la reputazione di essere piuttosto condiscendente riguardo alle arti marziali asiatiche e la sua sfida fu’ considerata un insulto alla grande comunità di immigrati giapponesi delle Hawaii, dove all'epoca stava per formarsi la prima grande comunità internazionale di arti marziali. Insieme agli immigranti attratti dalle possibilità economiche offerte dalle isole, arrivarono alle Hawaii, un sacco di tecniche di combattimento che presto cominciarono a fondersi tra di loro. "Le Hawaii furono il primo grande punto di contatto tra le varie arti marziali asiatiche," mi ha spiegato l'eclettico maestro di arti marziali Dan Inosanto, "i cinesi insegnavano ai giapponesi, i giapponesi ai cinesi, i cinesi ai filippini, finché anche gli stessi hawaiani, non si fecero coinvolgere completamente." Il primo combattente giapponese a sfidare Morris, fu’ da lui stesso sconfitto al primo round. Ma la comunità giapponese delle arti marziali si rifiuto’ di considerare la sconfitta come una prova di un qualcosa che non andasse nei loro stili, e cosi’ fece appello a combattenti in grado di incarnare la natura sfaccettata delle arti marziali “hawaiane”. Uno di questi fu’ Seishiro Okazaki. Discendente da una famiglia di samurai, Okazaki si trasferi alle Hawaii da ragazzo attratto dalle opportunità che offrivano le isole con le loro coltivazioni estensive di canna da zucchero. Okazaki, a 19 anni, comincio’ a studiare il jujitsu. Passo’ i 12 anni successivi a praticare il jujitsu, di cui aveva appreso tre stili, insieme a qualsiasi altra arte marziale che riuscisse a farsi insegnare. Aveva appreso il kung fu da un maestro cinese di 78 anni, il karate da un maestro di Okinawa, le tecniche filippine di lotta con i coltelli, il wrestling occidentale e il lua, l'arte marziale nativa delle Hawaii. Dopo aver accettato la sfida, Okazaki si preparo’ facendo ricerca sia teorica che pratica su quali tecniche avrebbe potuto applicare contro un pugile della stazza e delle capacità di Morris. Osservo’ degli incontri di boxe tra i militari americani sull'isola e si mise sulla continua ricerca di tecniche di vario tipo per poi essere in grado di mettere in difficoltà un qualsiasi pugile. Dopo settimane di ricerche, Okazaki aveva sviluppato uno stile basato sul mantenere un baricentro molto basso, osservando che i pugili dell'epoca erano poco abituati a tirare pugni verso il basso. Il 19 maggio 1922 Okazaki aveva affrontato Morris sul ring. All'inizio del primo round Okazaki, dopo aver valutato male un colpo di Morris, si era rotto il naso. Aveva continuato a combattere ed era riuscito a buttare il pugile giù dal ring per ben due volte. In un round seguente, Okazaki aveva buttato Morris a terra rompendogli un braccio. Dopo la vittoria, Okazaki sarebbe andato a trovare Morris all'ospedale e più tardi Morris si sarebbe messo a studiare jujitsu da Okazaki. La sfida di Xu Xiaodong alla comunità cinese della arti marziali non è molto diversa da quella lanciata da Morris 90 anni fa alla comunità giapponese delle Hawaii. Invece che censurare il punto di vista di Xu e avanzare ogni genere di scusa per giustificare la sconfitta di Wu Lei, la comunità delle arti marziali tradizionali cinesi dovrebbe cercare ovunque un nuovo combattente da mettere sul ring contro Xiaodong. In quel preciso momento cio’ non successe. Seishiro Okazaki non sconfisse Carl Morris appellandosi alla tradizione o alla mitologia. Vinse grazie alle sue ricerche, al suo approccio analitico, all'osservazione di diversi stili di combattimento. Ha vinto, insomma, grazie a quelle tecniche che Bruce Lee avrebbe reso famose con il nome di "combattimento da strada scientifico." Tutto questo rimase irrilevante tanto oggi quanto allora.