HOME PAGE

                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno V  Numero 09

NOVEMBRE 2020



Tra il panda e Bruce Lee non c'è partita
________________________________________________________________________


Oggi, al cinema il kung fu fa pensare all'orsetto guerriero, e l'urlo di Chen è un pallido ricordo. Uno scrittore rievoca un duello epico. Era il 1972. E c'erano anche Chuck Norris e il Colosseo, mentre Walker Texas Ranger, che è la serie tv forse più trasmessa, occupa da anni le televisioni con episodi che pur innumerevoli si ripetono sempre uguali. E ancora adesso, dopo ventitré anni dal suo debutto per la rete Cbs, due canali televisivi trasmettono in prima serata la perizia di Chuck Norris, grande campione che su copioni piuttosto banali costruisce delle coreografie spettacolari di pugni e calci. Capaci di meravigliare l'infantilità di chi, adulto o ragazzino, spia le sue mosse volanti e d'una notevole prontezza, malgrado l'età. È del resto l'identico motivo per cui le palestre sono ricolme di giovani e anche di anziani, avventuratisi in improbabili vesti esotiche, e plagiati da qualche infantile idea, che appunto ritrovano la sera davanti alla televisione spiando i perfetti calci volanti di Norris che monotono recita Walker Texas Ranger. Come nel caso di Jackie Chan o di altri eroi marziali del cinema, il suo talento viene giudicato indubbio dagli esperti. E non solo per aver lui vinto campionati di karate shotokan ed essere stato una riconosciuta autorità del taekwondo. Fu soprattutto il duello del 1972 al Colosseo con Bruce Lee ad essersi stampato nell'immaginazione e ad aver da allora nutrito l'ingenua disputa su chi fosse dei due il più forte. Norris e Bruce Lee, coetanei e trentaduenni, dunque nel pieno delle forze, recitarono allora il secondo film assieme: The Way of the Dragon, tradotto in Italia col titolo L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente. Un anno dopo Lee morì per una reazione di farmaci mal dosati ed entrò nella leggenda. Eppure per quanto sia possibile comparare un mito, benché moderno, con il talento di chi ancora vive, la questione di chi fosse dei due il migliore resiste ancora. Ma per risolverla abbiamo soltanto le coreografie del film, e quella scena al Colosseo, di meno di dieci minuti, ma provata e riprovata, in tre giorni di riprese e venti pagine di copione. La collera, l'ansia di battersi è l'espediente che Lee amministrava nei suoi film per sedurre, convincere i suoi spettatori. Quella rabbia a stento trattenuta in un confronto vero sarebbe stata pessima posa. Invece in film che proiettano e attirano le paure adolescenti era espediente inevitabile e vincente. Eppure guardando Chuck Norris che dall'alto del Colosseo lo fissa sereno, e Bruce Lee che invece fa le smorfie e dà un calcio a un cancello, in furia di salire, verrebbe da scommettere sul primo. Ma appunto uno spettatore ragazzino non immagina che la lotta necessiti di calma interiore e ci si annoierebbe. Presuppone che siano solo furia e velocità a contare: il contrario di quant'è vero. Tuttavia va detto: Bruce Lee ha il pregio di leggerezza straordinaria mentre sale, come il gatto che del resto è sullo sfondo nella scena del film, proprio per favorire il paragone. Il riscaldamento senza parole dei due è ritmato dalle sequenze perfette di Norris, e dai bei calci diritti, velocissimi di Lee, mentre i suoi colpi di pugilato per aria risultano contratti: troppa tensione e troppo respiro. Del resto a ripensare a tutti i guai alla schiena e ai dolori accumulati da Bruce Lee già a trent'anni, ai medicamenti con cui cercava di sedarli, viene d'ammirarlo per quei suoi piegamenti perfetti ma che dovevano ogni volta costargli dei dolori. E inizia il duello, dove la prova di Norris è nelle prime fasi superiore, ben oltre quanto richiedeva il copione; soprattutto la sua precisione e la pulizia dei colpi impressionano. Giacché occorrerebbe sempre ricordarsi che si tratta di una finta, e dunque va apprezzata la misura, l'armonia con la quale affonda il colpo, ma non tocca. Le sequenze di Lee risultano invece contratte. Forse anche qui pesa il copione, ma lo strappo dei peli dal petto dell'altro, le smorfie del cinese, risultano grottesche. In breve in questa prima fase, si capisce perché Norris vinse tanti campionati di karate ed è durato così a lungo. Ma il seguito del film richiede da copione la vittoria di Bruce Lee, del quale, più che il saltellare, deve apprezzarsi la mobilità, mentre Norris enfatizza, forse ad arte, il vizio di andare diritti sul binario di certi karateka. E dopo inizia a scoprirsi, per aprirsi ai colpi di Bruce Lee, il quale, va detto a suo onore, ben diversamente da tanti ammirati eroi d'arti marziali dei film di oggi, mantiene la misura, con correttezza non affonda i colpi. Non mette a rischio il suo partner, per fare bella figura. In questo senso la finzione tra i due mantiene la sua nobiltà e richiede una difficile perizia. Norris risulta comunque anche in questa fase intermedia meglio cordinato e simula meglio i colpi presi. I calci bassi e le sequenze di pugni in stile wing chun risultano invece non credibili mentre la leggerezza prontissima di Lee resta mirabile nei calci ruotati. Ma il copione prescrive il maturare della sconfitta dell'americano, e quindi Norris di fatto si ferma mentre la mobilità di Lee s'accresce e esibisce bei colpi. E tuttavia i colpi da boxe risultano larghi e abbondano le urla gattesche di Lee, che però aggiungono un esotismo prezioso per l'ingenuità del pubblico. La spazzata girata del cinese, e la caduta di Norris, sono splendido esempio di reciproca armonia, e invece le rotture della gamba e del braccio, improbabili. Come il gettarsi finale dell'americano tra le braccia di Bruce Lee che gli rompe il collo. Ma del resto l'esecuzione, inutile, era inevitabile per compiacere il pubblico e esorcizzarne la paura. In conclusione lo stile misto di Bruce Lee, seppure figurato come da copione, non dà prova d'una superiorità sul karate giapponese o coreano di Norris. E il giudizio tra i due resta sospeso. Pretendere che facessero davvero per strada e senza più regole è sogno da fumetto. All'immaginazione la finzione basta, asseconda la fantasia di chi guarda, che è poi la stessa a spiegare l'infantile passione per le arti marziali della gran parte, ovvero di chi non fa la guerra o il killer per mestiere. Perché mai infatti da adulti si dura per anni e oltre il buon senso in passione per la lotta o a tirarsi pugni e leve, girandosi per aria, o premuti a terra, contorti? Per tacere i plagi inevitabili patiti, quegli innamoramenti ingenui d'una qualche arte marziale, usata invece da quasi sempre improvvisati maestri per ottenerne continuato plagio degli ingenui nelle palestre. E comunque gomiti, vertebre, ginocchia che rovinano torcendo muscoli, tendini in fiamme; e quella continua simulazione di un nemico che è recitato dall'amico che sarà il solo il più delle volte a rimetterci. Ma perché? Considerato che pure uno solo dei sopracitati inconvenienti dovrebbe sconsigliare ogni pratica continua di un'arte marziale. Eppure nessuno basta a reprimere l'infantilità di insistere. E che la risposta non sia proprio questa? Quel rigirarsi per terra in lotta o i primi pugni che volavano da bambini si rivivono appunto nelle arti marziali e dunque che non sia la devozione ad esse anzitutto un protrarsi infantile dell'anima? Quell'attaccarsi, finire per terra, o tenersi lontani tra bande a sassate, e le prima gambetta riuscita o l'amico eroico che ci inorgoglisce…Ad ammalare forse sono quelle sante mattine presto davanti alla scuola, ben vestiti per sporcarsi subito. Uno sguardo, la spinta e si iniziava la lotta con chi era già nerboruto, magari con barba: le sconfitte frequenti; ma il giorno dopo di nuovo lì, sanguinante a riprovare. Restava infine il carattere di questa insistenza, nonché il fatto che dopo averne prese tante s'imparava a ridarle. Volersi nella vita in una forma marziale è la maniera di questo agonismo, che fa sentire senza tempo, in prolungata infantilità che esercita la volontà ad un agire gratuito. E tanto basta. Tuttavia la generale conclusione, onesta ma bambinesca, non basta a chiudere il caso particolare del nostro duello. Se allo scrivente è permesso di dire la sua, tuttavia lo ammetterei: tra i due avrei fatto il tifo per Chuck Norris e mi sarebbe parso più bravo. Ma il suo massimo privilegio è quello poi d'essere invecchiato. Un privilegio che il povero Bruce Lee invece non ha avuto: sarebbe evoluto ad altre movenze e ad altra calma. E però, morendo prima, è diventato leggenda, eroe maggiore di ogni altro.