HOME PAGE

                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno V  Numero 03

MARZO 2020


La battaglia di Bruce Lee contro le arti delle coreografie e delle finzioni da combattimento
(prima parte)
________________________________________________________________________

"Disperazione organizzata." È questa la frase che Bruce Lee usava spesso per descrivere le pratiche più diffuse nel mondo delle arti marziali, soprattutto Giapponesi. Lee aveva tutto un arsenale di critiche colorite come questa e non aveva problemi a usarle quando doveva polemizzare contro la direzione presa dalle arti marziali di quell’epoca o esprimere la sua opinione sul fatto che chi le praticava non stava facendo altro che complicate coreografie, "tecniche artificiali praticate in modo rituale per simulare un vero combattimento." Vista la sua grande popolarità come icona delle arti marziali, spesso si tende a dimenticare che le opinioni molto critiche di Bruce Lee in materia non venivano prese molto bene nell'ambiente, specie prima che Lee facesse successo al cinema. All'inizio della sua carriera, quelle idee gli avevano procurato la reputazione di "dissidente maleducato." Eppure per quanto maleducate potessero essere quelle sue esternazioni, non erano opinioni prive di precedenti storici. Per fare solo un esempio, oltre 150 anni prima di Bruce Lee, l'imperatore della Cina Jia Qing, aveva emanato un editto imperiale con cui esprimeva preoccupazione per gli stili di combattimento diffusi all'epoca: "oggi le Wuyi (le comuni arti marziali) nelle caserme dell'esercito sono composte da movimenti elaborati, allo scopo di mettersi in mostra e non adatte all'uso pratico." Negli anni Trenta(secolo scorso) invece, lo storico delle arti marziali cinesi Tang Han sosteneva la necessità di una riforma delle arti marziali che mettesse al primo posto l'applicazione pratica e riducesse l'aspetto dimostrativo, riducendo il tutto soltanto all’essenziale. Lo storico, l'imperatore, e la star del cinema Bruce Lee, non hanno fatto altro che esprimere la stessa opinione: che l'aspetto coreografico delle arti marziali si era sempre più diffuso a scapito dei loro veri aspetti utili, che la componente effettivamente marziale si era sempre più messa da parte e si allontanava sempre di più dalla realtà del vero combattimento. Con queste preoccupazioni in mente, Bruce Lee aveva elaborato il suo approccio al "combattimento da strada scientifico," promuovendo una visione delle arti marziali basata sui fatti, sulla ricerca e sull'analisi e liberata dalla mitologia e dall'esagerazione romantica che dominava la disciplina a quell'epoca. Parlando di "combattimento da strada" invece che di arti marziali, Bruce stava mettendo l'enfasi sull'applicazione di quelle tecniche nel contesto più marziale e meno artistico possibile, ossia le risse, in cui "non esiste uno standard nelle tecniche e il combattimento è piu’ che 'vivo'." Quarantasei anni dopo la sua morte, le idee di Bruce Lee sono ancora attuali nel campo delle arti marziali e delle tensioni che la attraversano ancora oggi, nel 21esimo secolo, tanto che proprio oggi, tantissime discipline si arrogano di essere le figlie del Jeet Kune Do, e ritengono lo stile di Bruce Lee, il loro antenato. Quando Bruce arrivo’ a San Francisco da Hong Kong, nel 1959, aveva già una visione particolare delle arti marziali basata sulla sua esperienza diretta. Anche se aveva solo 18 anni, veniva da combattimenti clandestini sui tetti di Hong Kong negli anni Cinquanta, e da li comincio’ a vedere la disciplina, nel senso generico della parola, come qualcosa che riguardasse più la strada piuttosto che la mera pratica in palestra. Il mondo dei combattimenti clandestini a Hong Kong ruotava intorno alle tante scuole di kung fu che affollavano la colonia inglese dopo la vittoria del Partito Comunista nella Cina continentale nel 1949 e coinvolgeva un sacco di ragazzi che si sfidavano in incontri di boxe a mani nude. Quando la polizia aveva cominciato a criminalizzare la sottocultura, gli incontri si erano spostati sui tetti della città, dove potevano svolgersi senza interruzioni da parte delle autorità. Da ragazzino Bruce Lee non aveva solo preso parte a questi incontri ma era regolarmente in prima fila a guardarli e rifletteva sul modo in cui si svolgevano. Il suo maestro, il celebre Ip Man, incoraggiava i suoi allievi a cercare di applicare nel mondo reale le tecniche apprese in palestra. Come avrebbe spiegato più tardi Hawkins Cheung, un amico e compagno di allenamento di Lee, "Ip Man diceva sempre: 'Uscite e fate a botte. Mettete in pratica tutto.'" Il periodo passato da Bruce nella scena dei combattimenti clandestini di Hong Kong avrebbe segnato il suo approccio al mondo delle arti marziali per il resto della sua vita. All'arrivo di Bruce Lee negli Stati Uniti, le arti marziali asiatiche erano all'inizio della loro ascesa in Occidente. Una buona parte dell'interesse che le circondava si basava su una visione eurocentrica e romantica del mondo orientale. Molti giovani americani consideravano le arti marziali come degli stili segreti di combattimento dal sapore esotico e mistico. Cosicche’, mentre alcuni maestri sfruttavano a loro vantaggio quest'idea, Lee al contrario la condannava: "Già in Cina l'80 percento di quello che insegnano è senza senso. Qui in America è il 90 percento." Poco dopo aver iniziato a studiare a Seattle, Lee era stato sfidato per la prima volta dopo aver detto in pubblico che il kung fu era un sistema di combattimento di gran lunga più efficace del karate. Il campione di karate locale, Yoiche Nakachi, aveva 10 anni più di Lee, faceva karate fin da quando viveva in Giappone da bambino ed era noto per le tante vittorie conseguite in risse e combattimenti da strada. Bruce Lee l'aveva battuto in 11 secondi, lasciandolo per terra privo di sensi e con una frattura al cranio. A quel punto le critiche a Lee non erano diminuite, anzi. A partire dal 1962, Bruce Lee aveva cominciato a gravitare sempre più spesso intorno a Oakland, in California, dove collaborava con James Lee e con il suo innovativo gruppo di maestri di arti marziali. Negli anni precedenti a questi, James si era fatto una reputazione come combattente di strada a Oakland e gestiva una palesta tutta sua, ricavata nel suo garage in cui l'attenzione era data a tecniche immediatamente applicabili nei combattimenti in strada.

"Funziona?" era la semplice domanda che si ponevano Bruce, James e i loro amici quando dovevano valutare una nuova tecnica. Testavano stili di combattimento con analisi metodiche applicate a diversi contesti e scenari. Secondo Bruce Lee, se i combattimenti di strada erano "vivi" allora doveva esserlo anche la preparazione. "Non succederà mai che una persona ti affronti per strada usando tecniche precise e coreografiche. Troppi studenti di arti marziali non fanno che applicare ciecamente gli stessi movimenti e gli stessi colpi." Ad Oakland, l'innovazione era vista come l'antidoto alla routine. In un periodo in cui la maggior parte dei maestri considervano un errore il fatto che il loro studenti si allontanassero da un preciso sistema di combattimento, a Oakland si accoglieva la possibilità di mescolare vari stili nati dall'esperienza collettiva. L'approccio era espansivo quanto analitico: si guardavano filmati di incontri di boxe, si discutevano combattimenti di strada precedenti. In questo processo, Bruce Lee aveva cominciato a pensare a un nuovo sistema. Al Long Beach Tournament del 1964, di fronte a una platea internazionale di appassionati di arti marziali, Bruce Lee aveva dato una dimostrazione in cui criticava uno stile molto praticato descrivendo come poco pratico ("c'è stabilità ma poca mobilità"). Si era invece espresso a favore di un approccio individualista in cui lo studente, e non il sistema, avesse la priorità. L'opinione della platea si era divisa. Alcuni consideravano Lee un visionario mentre altri lo ritenevano un eretico (o uno "stronzo arrogante" come aveva detto uno dei partecipanti al torneo). Mentre Bruce Lee causava sollevava tensioni, a Oakland si continuava a predire il futuro delle arti marziali moderne. Dal suo garage, James Lee gestiva una casa editrice di libri sulle arti marziali e designava equipaggiamento da allenamento personalizzato. Durante la sua successiva apparizione al Long Beach Tournament, Bruce Lee avrebbe indossato un nuovo tipo di equipaggiamento protettivo che lo rendeva in grado di partecipare sia alle gare di sparring con contatto sia alle competizioni di arti marziali, in netto contrasto con le competizioni senza contatto e basate sui punti che erano tipiche di quel periodo. In tutto questo, Bruce Lee aveva cominciato a usare l'espressione "combattimento da strada scientifico" nei suoi discorsi pubblici e durante le dimostrazioni delle tecniche che sviluppava. Inevitabilmente, questo aveva contribuito ad aggravare le già forti divergenze che aveva con l'ambiente delle arti marziali di San Francisco, dove un maestro di kung fu l'aveva definito, appunto, "un dissidente maleducato." Durante una dimostrazione pubblica a Chinatown nel 1964, Lee aveva criticato l'atteggiamento dei maestri di arti marziali locali, che chiamava "vecchie tigri sdentate." Ovviamente era stato sfidato. La sfida, avvenuta tra Bruce Lee e il giovane studente di arti marziali di Chinatown,Wong Jack Ma, si era svolta a Oakland ed è probabilmente l'incontro più famoso della storia delle arti marziali moderne. In quell'occasione Bruce Lee non aveva tenuto del tutto fede alle aspettative. Aveva fatto fatica a battere il suo avversario, senza mostrarsi così incomparabilmente superiore come era stato a Seattle qualche anno prima. Comunque, aveva vinto. Ma invece che riposare sugli allori dopo una vittoria poco soddisfacente, Lee aveva trasformato quell'incidente di percorso in uno stimolo per far evolvere ulteriormente lo stile di combattimento che stava sviluppando, il Jeet Kune Do, che presto aveva assunto una forma tangibile. Nel suo stile, Lee aveva sintetizzato tutte le sue molte influenze, con un approccio che nasceva dai principi di innovazione e utilità propagandati a Oakland e che si concentrava su un modo di combattere semplice, diretto e lontano dai canoni classici. Anche se il Jeet Kune Do ha rappresentato il culmine di una ricerca durata oltre dieci anni, come tutti noi ormai sappiamo, non si trattava di una struttura fissa ma fu’ una costante in continua evoluzione. Più di 50 anni dopo, si puo’ benissimo constatare che i suoi principi di base sono ancora molto utili ed efficaci. Fine prima parte.