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                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno II  Numero 07

LUGLIO 2017


Il test del pugile
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Quello che vi proponiamo in questo articolo, e’ il racconto di un’esperienza fatta da un praticante di Wing Chun Kung Fu, di cui non conosciamo il nome e possibilmente non era molto ferrato nella sua arte e possibilmente non facente parte di una vera scuola tradizionale, che lo abbia indirizzato verso i giusti allenamenti e la giusta mentalita’, appropriata e come si convenga al vero praticante di tale stile.
«Questo praticante ci racconta: Una volta, chiamai un amico mio che sapevo praticasse pugilato, e gli proposi di scambiare con me; Sapevo di essere ben diverso da lui, sia in caratteristiche tecniche che mentali, che era un pugile, ma ero consapevole che fosse un praticante di una disciplina a carattere sportivo. Ebbene, sapete quale fu’ il risultato? Non mi diede nemmeno il tempo di difendermi e reagire, con i suoi continui movimenti e nello stesso tempo tirava pugni come un dannato, e tali pugni mi arrivavano in faccia da ogni direzione. Risultato: le ho prese da un pugile, io che mi sentivo di avere raggiunto almeno 5 anni di esperienza nel Wing Chun Kung Fu, e che dovetti considerare buttati al vento». Cosa sara’ potuto succedere secondo voi? La risposta alla fine mi fu’ semplice e proverbiale: non sono gli anni di pratica a fare un forte combattente, in nessuna arte conosciuta, ma il forte ed esperiente combattente, lo fa’ il modo in cui ci si allena, ma soprattutto l’essere preparati sia fisicamente ma soprattutto mentalmente, ad affrontare qualsiasi tipo di avversario, di qualsivoglia stazza fisica e caratteristica. Eppure ho praticato Wing Chun ripeto per 5 anni interi, e mi ricordo benissimo che in questo periodo di allenamento, mi sono esercitato molto nelle sezioni di Chi sao, su pugni, gomiti, palmi, tagli, finger jab e poi anche il Chi gerk con le gambe, calci e ginocchiate; poi e’ arrivato questo qua, e con tre pugni mi stende immediatamente non appena iniziato il combattimento… Dopo aver studiato come portare colpi mortali, come i finger jab agli occhi, i calci ai genitali, le gomitate alla nuca, il pugno al plesso solare, i chan sao alla gola…mentre questo qui che invece studia solo come fare punti su un ring, mi stende alla grande e direi, quasi senza fatica.…»
Questa storia del pugile che diventa un incubo per un praticante di Kung Fu, addirittura di Wing Chun Kung Fu, se non ha un Sifu esperto e ben preparato alla difesa personale e al combattimento, è cosa ben nota, e sara’ molto facile per chiunque si intenda di arti da difesa, poter prevedere un evento simile. Cosa e’ potuto scattare nella mente di questo praticante di “Wing Chun”, fra’ virgolette, che si e’ fatto sopraffare alla grande da quel boxer? Sapete qual’e’ la risposta che posso dare io, dall’alto della mia ventennale esperienza marziale, fatta nelle due arti, il Wing chun e il JKD? La risposta sta’ nel fatto che questo praticante, sicuramente, nella sua palestra, non ha mai sostenuto allenamenti per combattere in modo serio, possibilmente usando caschi con griglia protettiva, e aver provato almeno qualche volta, ad allenarsi anche per un breve periodo a dare pugni e calci, provando a ridurre al massimo la probabilita’ di prenderli; a mio avviso cioe’, provare a simulare in modo serio cosa potrebbe succedere a fronteggiare una situazione reale, cercando di studiare il modo di adattarsi il piu’ posibile al movimento di quel pugile, provando a tenerlo a distanza coi calci e attaccarlo intercettandolo al giusto momento. Ho sentito parlare tantissimo di questi casi e avvolte, per colpa di istruttori o Sifu che non conoscono profondamente l’arte del Wing Chun, i loro allievi prima o poi saranno messi davanti ad uno specchio, essendo portati a conoscere i loro enormi limiti, perche’ non sono stati addestrati nel modo corretto, ma soprattutto con la giusta mentalita’. Per cui, lo stesso praticante, verra’ a conoscenza dei propri limiti solo dopo molto tempo che si sta’ allenando in quella data scuola o accademia, e cosi quando sara’ posto di fronte alla dura realta’ della strada, scoprira’ a sue spese che molte arti marziali o sport da combattimento, sono vergognosamente all’oscuro di cosa sia un uno-due, del fatto che il suo avversario si possa muovere e lo fara’ di continuo. Al riguardo, conosciamo benissimo cosa intendesse il Maestro Bruce quando diceva: non si potra’ mai prevedere l’esito di un combattimento ne’ si potra’ mai prevedere come si comportera’ un avversario; solo studiandolo come si deve si potra’ rispondere colpo su’ colpo ai suoi colpi ricevuti, e tutto questo non lo si potra’ mai ottenere se il praticante si muovera’ in modo meccanico e prevedibile col risultato che il nostro tentativo di colpirlo piu’ volte, risultera’ vano. Senza contare poi il fatto che, la difesa dai ganci è praticamente assente in diversi stili, e molte volte si tende a pararli con i metodi della boxe stessa, non avendo, ripeto, alcuna idea di come usare biomeccanicamente il nostro corpo. Come è possibile tutto questo? Il JKD, nasce come liberazione da ogni peso mentale e fisico che puo’ avere per natura un praticante, perche’ esso si basa sempre su cio’ che sta’ guardando in quel momento, non a cio’ che non sta’ osservando, cercando di fare un uso corretto della sua vista, dei suoi sensi e della sua intelligenza costruttiva. Esso e’ da sempre legato ad un modello standard(predefinito)e oltre ad esso non riesce ad andare, perche’ i limiti della sua arte non glie lo consentono e ben presto saranno anche i sui limiti mentali. Praticare JKD come lo intendeva il nostro Bruce, era ed e’ tutt’oggi la pratica del non modello, del non metodo, del non stile; essere davvero dei forti combattenti, apparentemente invulnerabili, consiste nel non cercare in modo assoluto di creare dei modelli o cercare di usare delle tecniche di calcio o di pugni che possono risultare fuori portata per il praticante, ma utilizzare cio’ che a se’ stessi puo’ risultare piu’ congeniale. Non bisogna mai e poi mai rimanere chiusi nel proprio Kwoon o nella propria scuola di appartenenza, se quest’ultima non dovesse dare l’impressione di apportare innovazioni positive per il praticante stesso, in termini tecnici, fisici e mentali. Il Maestro Bruce ricerco’ se’ stesso e il punto giusto da raggiungere per tutta la sua intera vita, proprio perche’ era consapevole che l’efficacia e la crescita di se’ stessi per ottenere risultati, non risiede nel modello standard di arte che si pratica, ma nella costante ed infinita ricerca di cio’ che si sconosce, cercando di raggiungerla mettendo se’ stessi in gioco, ma avendo anche la fortuna di trovare un istruttore o un Sifu che tale esperienza l’ha vissuta e puo’ portare il proprio studente, non a diventare mister universo o chissa’ cosa, ma indicandogli la strada giusta per riuscire a scoprire la causa della propria ignoranza e insegnandogli ad imparare dai suoi stessi errori, anche avvolte accettando la sconfitta, essendo consapevole che senza di essa, non si potra’ mai raggiungere la perfezione fisica e mentale. “Il Jeet Kune do si serve di tutti i metodi possibili, ma nello stesso tempo non e’ schiavo di nessuno di essi”. Bruce Lee.