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                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno IV  Numero 07

LUGLIO 2019


ERRORI DI INTERPRETAZIONE SUL JEET KUNE DO
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Da quando Bruce Lee suggerí che non esiste un solo modo per fare bene una cosa, è passata molta acqua sotto i ponti delle arti marziali, e molti oggi giocano sul fatto che, siccome fanno parte di organizzazioni il cui istruttore e’ abbastanza famoso, allora si puo’ seguire il suo schema, nonche’ il suo modello tranquillamente, senza porre domande ne’ tantomeno fare delle ricerche per accertarsi che cio’ che sta’ sostenendo, sia davvero cio’ che avrebbe voluto il nostro Bruce Lee. Il problema è che non si tratta per nulla della stessa acqua alla quale si riferiva lo stesso Bruce <<be water, my friend>>. Il pensiero di Lee non è fermo ad un solo ragionamento ne’ tantomeno vuole abbracciare un solo modo di vedere un’arte marziale; sotto la falce critica invece, vorrei porre adesso alla vostra attenzione una tipica mentalitá che purtoppo ahime’, quasi tutte le scuole di Jeet Kune Do di oggi stanno portando avanti, mentalitá che reputo un grande fraintendimento del pensiero di Bruce Lee ed un enorme mutamento dello scopo per cui la vera idea di JKD era stata portata alla luce da lui stesso. Prima pero’ di affrontare la questione nel suo merito, ha senso riassumere brevemente la filosofia del Jeet Kune Do. Ritengo quest´ultima abbastanza complessa e caratterizzata da molti aspetti. Tralascio stavolta quello inerente alla libertá di essere sé stessi, di espressione fisica e spirituale, e mentalmente cercheremo di esprimerci onestamente nell´arte del combattimento, ovvero il lato piú esistenziale e se vogliamo, quello preferito da Bruce e che rimarra’ certamente al centro della questione. Mi focalizzeró sugli aspetti immediatamente piú tecnici: Il Jeet Kune Do nasce come risposta al fatto che uno stile di Kung Fu o un altro stile, diventa spesso un sistema chiuso, capace insomma di adattarsi soltanto a determinati tipi di combattimento. Lo definisco "sistema chiuso" perché quasi sempre l’adattamento non avviene solo contro una o due tipi di avversario, anche se fra’ di loro, presenteranno caratteristiche diverse.
1) Un aggressore povero di strategia: porta un colpo singolo, prevedibile, lento, telegrafato e lo fa mentre non mantiene alcuna protezione. Incarna l’idea che la sua tradizione, abbia maturato un modello di aggressore da strada, costruendolo però attraverso troppa attenzione posta nell’applicazione delle forme e poca alla reale dinamica sociale, e questo puo’ essere ravvisato e osservato benissimo su tantissimi video amatoriali caricati su youtube, e se ne possono trovare a migliaia del genere. Non dovete però cercare video inerenti alle arti marziali: cercate piuttosto risse varie, scontri tra tifoserie allo stadio o scippi e rapine e capirete di cosa parlo. Il sistema della tradizione è "chiuso" perché non lascia entrare le variabili esterne che sarebbero veicolate da aggressori del genere. È chiuso perché consente all’avversario mosse e tecniche presenti solo nella propria idea di difesa personale, o da tecniche previste solo nell’allenamento eseguito all’interno di un dojo o di un kwoon.
2) Un aggressore endogamico: termine apparentemente difficile, ma se siete praticanti di Sanda, Karate (Kumitè) o di un qualsiasi comune sport da combattimento, non farete fatica a capirlo. Nel suo bestseller dell’etnologia Le strutture elementari della stessa parola, vogliono significare che un praticante combatte, si allena e vince solo contro il praticante del suo stesso stesso stile, o contro quello che ne pratica uno del tutto simile. Significa che puoi sposarti solo con una persona della tua stessa tribù, gruppo etnico o addirittura famiglia, tanto per fare un banale esempio, che speriamo tanto abbia fatto cogliere al lettore il senso di cio’ che stiamo cercando di spiegare. In altre parole, i sistemi tradizionali di Wing Chun Kung Fu, soffrirebbero di endogamia tecnica, perché si sarebbero sviluppati per gestire un aggressore che usa un sistema identico a quello adottato da chi si sta’ difendendo. È evidente, dicevo prima, che in uno scontro dove due combattenti che lottano nel Sanda, nel Kumitè del Karate, si troveranno per forza di cose, in opposizione l’uno di frante all’altro, due individui che praticano, allenano e insegnano le stesse medesime cose. Questo "matrimonio tecnico endogamico" ha come conseguenza un’incapacità di base di gestire un combattente troppo diverso dalle proprie aspettative, nonche’ dalle proprie caratteristiche: tipico esempio ne è il Wing Chun-man che fatica a difendersi da un pugile. Per tanto, da dove nascono e perche’, queste nostre secondo noi logiche, ma per moltissime sconosciute considerazioni? nascono proprio in seguito alle stesse precedenti considerazioni che diedero origine al progetto del Jeet Kune Do di Bruce Lee: allargare gli orizzonti della difesa personale e del combattimento non regolamentato(senza regole), per gestire una più vasta gamma di combattenti. Per farlo devono, naturalmente, attingere a discipline diverse da quella sulla quale si basano, quindi non più solo sul Wing Chun, o solo sul Karate, ju’ jitsu o qualsiasi altra nobile arte, ma dando via libera allo studio di tutto quanto puo’ essere possibile allenare e pratricare, al massimo delle possibilita’ economiche e di tempo impiegato per raggiungere e arricchirsi di un bagaglio tecnico tale da eliminare per sempre le barriere che ci tengono ancorati ad un solo stile, ad un solo modo di pensare e immaginare un combattimento. Nei tantissimi scritti di Bruce lee arrivati fino a noi oggi, leggiamo: “il miglior combattente non e’ uno che pratica uno stile piuttosto che un altro, una disciplina piuttosto che un’altra, ma e’ solo colui che riesce ad adattarsi sempre e comunque a qualsiasi combattente”. È proprio qui che, a mio avviso, avviene l’inghippo, restando pero’ in tema della nostra arte, che genera l’errore di cui soffrono molte scuole o organizzazioni basate sul pensiero interdisciplinare che caratterizza il Jeet Kune Do: in questo caso, tali scuole sostengono che l’arte di Bruce, quella vera, sia solo il Jeet Kune Do, e quest’ultimo e’ composto soltanto da boxe e scherma, affermazione che potrebbe essere vera se Bruce, dopo averlo creato, non si fosse reso conto che era troppo poco e troppo limitato per l’idea di infinito che possedeva. In ogni caso questo può aver senso solo se devo rimanere ad imparare all’interno di un contesto chiamato palestra o kwoon, senza la presenza di alcun pericolo per il praticante e utilizzando caschetti protettivi e protezioni che vanno a proteggere le parti deboli e fragili del corpo. Uscendo in strada e constatando che la realta’ in essa e’ del tutto diversa, si avra’ la sensazione che cio’ che si e’ allenato ed imparato, non bastera’ piu’, ma ci vorra’ un carattere diverso, una tecnica del tutto diversa e cercando di usare tutti i metodi possibili e immaginabili per cercare di uscire quasi indenne, nonche’ vivo da una rissa selvaggia o da un litigio contro una persona violenta o piu’ persone del genere. Allora quali potrebbero essere le strategie contro cui adattarmi, nel caso in cui dovessi avere a che fare, o incontrare anche senza volerlo, gente del genere? La risposta e’ semplice, perche’ se penso di studiare un arte o un sistema, restando convinto che siccome pratico l’arte del maestro Bruce, saro’ invincibile per autonomasia, perche’ anche lui lo era. Se mi convincero’ che quel poco che e’ contenuto nel Jeet Kune Do, in quanto arte semplice e diretta mi possa bastare, commettero’ il piu’ grande degli errori. Quest’arte concepita da me in questo modo, con questa mentalita’ che sia solo questo e basta, mi portera’ a sbagliare fino al punto da rischiare la mia stessa vita. Perché dico questo? Perché studierei senza un vero obiettivo. È metodologicamente sbagliato questo modo di pensare ed agire, proprio perche’ non rappresenta affatto il modo di agire di Bruce, perché forse molti ancora non sanno, o fanno finta di non sapere che l’obiettivo del Jeet Kune Do è il combattimento da strada senza arbitri e senza regole, e moltissimi ancora non hanno capito che non e’ il nome o il modello a salvarci la vita, ma soltanto il nostro giusto atteggiamento, la nostra esperienza marziale, la nostra cattiveria, e in fine, la nostra assoluta capacita’ di riuscire a capire in pochi istanti con chi abbiamo a che fare e quale capacita’ ed efferatezza avra’ il nostro contendente. Non c’e’ alcun dubbio che la difesa personale, sta' fuori da qualsiasi contesto sportivo. Non posso allenarmi come se gli spazi che dovrò gestire fossero un ring o una gabbia. Non posso farlo come se la mia performance reale fosse armata di guantoni. Ma soprattutto: non posso farlo come se poi le regole di quelle discipline valessero anche nella mia, ovvero la mia cattiveria, la mia esperienza marziale e la mia capacita’ di usare braccia, gambe, pugni e mani, dovessero essere annientate e messe in disuso da delle regole che non interessano affatto a chi si sta’ difendendo da una seria aggressione. Un esempio principe fra’ tutti: se dovessi combattere contro un Boxer, non potrei farlo come se i miei calci non esistessero. Se dovessi confrontarmi con uno della Muay Thai non potrei farlo a gambe aperte, come se nessuno potesse colpirmi ai genitali. Se dovessi scambiare contro uno di MMA, non potrei farlo senza cercare di evitare il combattimento a terra dimenticandomi che potrei avere a che fare con asfalto, strade, auto, gradini, eventuali complici del mio aggressore che approfitterebbero della mia posizione al suolo per colpirmi violentemente, mentre in modo davvero ottuso dovessi cercare per forza di cose una leva al suo braccio o alla sua gamba, quando potrei benissimo andare al sodo, ed evitando che mi sbatta per terra, essere piu’ rapido di lui,impedirgli a tempo che cio’ accada e colpirlo in modo potente in una delle sue parti vitali. Dimenticando il reale obiettivo per cui Bruce ha costruito il JKD, dimenticherei lo scopo e la mentalita’ utilizzata da me in una vita di allenamenti, e abbracciare il nuovo metodo sportivo, cominciando insomma, con tutto il rispetto, ad allenarmi come se studiassi mezzora in palestre diverse: una di Boxe, una di Muay Thai, una di MMA, una di Wing Chun etc. Quello che dovrei continuare a fare, invece, per restare in linea con l’originaria filosofia di Lee sarebbe quello di continuare a tenere presente il suo grande consiglio ed insegnamento” Usa un non metodo come metodo, possedendo l’assenza di limiti come limite”, ovvero, il JKD, si serve di tutti i metodi possibili, ma nello stesso tempo non e’ schiavo di nessuno di essi. In fine possiamo dire a gran voce, che il JKD, non è una somma aritmetica di altre discipline, ma e’ una infinita macchina che possiede un’identità propria, che rispecchia la mentalita’ aperta ed elastica di chi lo ha fondato, ma che va’ ben al di là dall’assomigliare ad una qualsiasi arte o disciplina, ma questo purtroppo dipende da scuola a scuola, da organizzazione a organizzazione, poiche’ il JKD e’ e sara’ sempre quello che ognuno di noi vuole che esso sia, nel bene e nel male. È quindi una qualità emergente, ovvero qualcosa che vive di vita propria. Come una sinfonia non è solo una somma di note o un quadro una somma di colori: esso è un’arte viva, esso e’ sangue vivo che scorre nelle vene,(Cit. Bruce Lee),esso rappresenta la massima profondita’ spirituale e fisica di ognuno di noi, e’ un patrimonio di filosofia e religione al contempo, e’ un complesso di tecniche e movimenti ben costruiti ed efficaci nello stesso tempo, e come tale va considerato.