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                           Direttore Sifu Alessandro Costantino        Anno VI  Numero 1

GENNAIO 2021


Cos'è l'arte del kung fu e come si pratica(Seconda parte)
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Uno degli aspetti più affascinanti della tradizione marziale, che è anche il primo in cui un principiante si imbatte appena varca la soglia di un Guan/Kwon («palestra»), risiede nelle sequenze di movimenti - comunemente dette «forme» o anche «boxe delle ombre». Esse consistono nel creare dei movimenti ben precisi col proprio corpo e con gli arti in combinazione con passi, salti e spostamenti, in cui è insito un contenuto atletico, tecnico e artistico di combattimento contro uno o più avversari. Il primo impatto del Kung fu con l’Occidente è avvenuto attraverso l’efficacia spettacolare dei primi film, ma la bellezza di queste «danze rituali», che contenevano dimostrazioni di velocità, potenza e determinazione, quasi fossero una forma di «animalità» o di istintiva spontaneità spesso dimenticata in Occidente, ha colpito il subconscio di molte persone alla ricerca di una maggiore fiducia in se stesse e le ha indotte a preferire le discipline orientali rispetto a quelle occidentali. Inoltre l’elemento che ha permesso una diffusione capillare del Taijiquan è stato senza alcun dubbio il desiderio di molti di imparare la forma completa dei 108 movimenti, spesso con la segreta convinzione che questo potesse automaticamente e senza troppo sforzo, portarli a diventare piccoli killer a mani nude. Storicamente, chi si dedicava nei secoli passati alle arti della guerra lo faceva per necessità e non certo per soddisfare esigenze estetiche. Nel corso di una vita costellata di combattimenti o di scontri, con armi o a mani nude, ogni combattente affinava un proprio sistema di lotta, che si costruiva sulla base delle proprie capacità istintive, fisiche e psichiche e sulla qualità degli avversari incontrati in battaglia. Qui giova ricordare quanto dice Musashi in apertura del suo Libro dei Cinque anelli.: «Allo scadere dei trent’anni ho riflettuto sulla mia vita passata e ho concluso che le mie vittorie non erano dovute alla piena padronanza dei segreti dell’Arte, piuttosto semplicemente erano dovute al basso livello delle altre scuole di scherma». Alla formazione del bagaglio tecnico contribuivano in gran parte anche gli insegnamenti tramandati dal padre e dal maestro di arti marziali. Ma a questo punto il combattente, per essere sicuro di non dimenticare nulla, si costruiva una specie di «indice» delle proprie tecniche, la «forma» appunto, che era quindi una vera e propria enciclopedia di movimenti. Questi «indici» possono essere paragonati ai moderni data-base dei computer, che mettono logicamente in concatenazione centinaia di diverse possibilità di uso del corpo, al fine di risultare efficaci in combattimento. Ma se ogni forma racchiude un patrimonio di tecniche, perché allora anche gli stili più essenziali sono composti da almeno due o tre sequenze diverse? Perché ogni forma sviluppa diverse qualità o abilità specifiche. Ci possono essere:
forme di base, intermedie, avanzate;
forme per sviluppare braccia e dorso, un’altra forma per i calci, e un’altra ancora per la lotta a terra; alcune forme, sono per dare il principio di linea centrale, un’altra per ruotare sull’asse mantenendo il controllo, e un’altra ancora per muovere il corpo in condizioni sfavorevoli; poi ancora forme per sviluppare la resistenza, un’altra forma per la coordinazione del movimento e un’altra per le applicazioni; forme per il potenziamento del respiro, per lo stiramento dei tendini e dei muscoli, un’altra forma per la resistenza delle ossa ai colpi e così via. Una forma è composta di singole tecniche. La forma ne racchiude l’essenza, i contenuti, ma non le esaurisce, vale a dire che la forma è solo una specie di codice mnemonico per ricordarle tutte, in ordine e velocemente, ma non ci dice molto del contenuto. Anzi, i contenuti restano assolutamente illeggibili, se dietro a chi pratica non c’è una trasmissione orale e diretta da parte del creatore della forma (o almeno di un suo valido rappresentante), e comunque i pericoli legati alla trasmissione di un elemento attraverso culture diverse restano molto alti. Un esempio emblematico: quando un famoso matematico chiese alla platea che lo ascoltava «un mezzo minuto di raccoglimento», tutti mantennero un assoluto silenzio, mentre il matematico, ridacchiando, spiegò che in realtà voleva soltanto un cucchiaino, cioè un «mezzo», uno strumento, «minuto», vale a dire «piccolo», per raccogliere. E se ci sono queste ambiguità nella stessa lingua e nella stessa cultura, è facile immaginare quanto si possa equivocare passando da Oriente a Occidente. Le forme con le armi, hanno la stessa funzionalità di quelle con le tecniche a mani nude, ma hanno il vantaggio di sviluppare un’abilità particolare, migliorando la continuità dei movimenti. In molti casi, le forme più raffinate utilizzano l’arma come mezzo per rinforzare gli arti nelle tecniche a mani nude. Ogni arma ha un suo «spirito», legato alla struttura, al peso, alle caratteristiche fisiche e anche «etiche» dell’arma, come abbiamo visto con i cinque elementi, ed è interessante osservare che le sequenze di movimenti delle armi possono essere molto diverse tra loro, ma l’utilizzo pratico dell’arma è in realtà molto simile, anche negli stili profondamente diversi tra loro. La forma è quindi un elemento di base per apprendere un’arte marziale. Il secondo passo è quello di «negare» (quasi buddhisticamente) le forme, di spezzare cioè la sequenza continua in una infinita serie di singole tecniche, che vanno analizzate e verificate applicandole con un partner. In questa maniera, provando e riprovando col partner una tecnica a due, molte volte nascono gli automatismi istintivi, quelle reazioni velocissime che funzionano senza che ce ne rendiamo quasi conto. Per crearle occorre ripetere i movimenti in sequenze, dalle più semplici alle più complesse. Poi, dopo molti «concatenamenti» cioè sequenze in coppia più lunghe e più varie, avviene che gli automatismi entrino nella memoria facendo Tuishou, Chisao, Rushou, Kunshou, tutti termini diversi per indicare un lavoro tra due persone, che praticano stili e metodi differenti, in cui si mantiene costante il contatto tra le braccia dei praticanti. Alla fine, come nella costruzione di un gigantesco puzzle, si arriva al Sanshou, la dispersione delle mani, il cosiddetto «combattimento libero», in cui senza più limiti di contatto o di distacco, di boxe lunga o boxe corta, di lotta in piedi o a terra, si passa a verificare il livello «reale» raggiunto nell’arte del combattere. Ma non va mai dimenticato che per sapere come funziona realmente un’arte marziale, gli ultimi grandi combattenti cinesi lo ricordano senza mezzi termini, bisogna per forza provarls provarla dal vivo, personalmente. «L’unica maniera in cui una persona può imparare come diventare un buon combattente è di combattere sulla strada, in maniera brutale, senza regole, senza protezioni, a pieno contatto e a tutta velocità. È il primo secondo di tempo che decidera’ chi vince e chi perde. Un vero combattimento non dura mai più di un paio di secondi, e puo’ arrivare massimo a dieci secondi. Le forme sono per dimostrazione e per fare spettacolo. Se vuoi imparare a combattere, pratica un movimento migliaia di volte, continuamente, ogni giorno» (Liu Wanfu). L’ultima parola spetta sicuramente, sia per l’autorità del personaggio sia per la chiarezza, a Shek Kin, noto al grande pubblico per essere stato il grande avversario di Bruce Lee nelle scene più importanti di Enter the Dragon: «Ogni forma è come un libro pieno di conoscenza. A scuola un insegnante vi spiega la conoscenza attraverso più libri, che a loro volta contengono un gran numero di informazioni diverse l’una dall’altra, e formano la conoscenza ogni volta in una maniera nuova. Non si impara a memoria l’intero libro? Lo stesso vale nel Kung fu, una forma vi fornisce un diverso insieme di tecniche o di conoscenza, poiche’ ogni forma e’ come fosse un libro di testo. Nel tempo troverete tecniche che vi si adattano bene, altre meno, e voi prenderete quelle preferite, le verificherete e lavorerete solo su quelle, e si arriverà involontariamente a creare una nuova «forma». In ogni caso le arti marziali dell’origine, non usavano mai forme solo per l’allenamento. Praticavano Sanshou, o tecniche separate con il partner». Nel tempo, dopo la scoperta della polvere da sparo, l’originario valore delle arti marziali si è progressivamente smarrito, riducendo queste arti a mera competizione sportiva, tecniche di difesa personale, metodi per migliorare la salute (come il Qigong, che originariamente era parte integrante dell’educazione del combattente). In questo contesto le forme hanno acquisito un’importanza ancora maggiore, perché hanno permesso di dare una migliore sistematicità all’insegnamento e alle competizioni, insieme con i gradi e le cinture. Oggi l’arte marziale è arrivata a essere per molti un sinonimo per poter poi arrivare a «conoscere i movimenti della forma». I famosi Kata in giapponese, Dao o Quan o ancora Kuen in cinese (Taijiquan, per esempio) nel corso del tempo sono diventati l’unico punto di riferimento per chi pratica le arti marziali nei tempi moderni. Si comincia imparando le «forme» di base, poi si passa a «forme avanzate», più complesse, si arriva a quelle con le armi, infine quelle «segrete», che creano un alone di mistero e di importanza insieme. Alla stilizzazione estetica massima, si giunge invece nella pratica del Wushu moderno o delle varie sequenze moderne codificate di Taijiquan. A contro prova dell’evoluzione «estetica» che le arti marziali stanno vivendo, basta pensare ai cosiddetti «codificati» in cui non solo le intere routine, ma persino i singoli movimenti, sono stati definiti con assoluta precisione stabilendo così un metro di giudizio comune, come per esempio nella ginnastica a corpo libero, per semplificare l’attività di carattere agonistico e creare uno standard internazionale. La Cina giustamente si sta avvicinando a grandi passi verso i Giochi Olimpici, ed è quello il metro di riferimento attuale. Nell’epoca di Internet, in cui neanche un ragazzino può più permettersi di perdere un solo minuto di tempo, imparare le forme è diventato così il miglior compromesso possibile per fare del movimento marziale e attendere cosi che nel tempo, qualcosa cresca e cambi all’interno di ognuno di noi, ma ci vuole molta pazienza e bisognera’ acquisire una infinita saggezza..